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COSTITUZIONE APOSTOLICA
VETERUM SAPIENTIA del Papa Giovanni XXIII
NOTA: come non abbiamo trovato in nessuno sito ufficiale della Chiesa
Cattolica (dal sito del Vaticano, passado per tutto il sito della
CEI) la versione italiana dell’importantissima Constituzione Apóstolica
Veterum Sapientiae, promolgata dal papa Giovanni XXIII, nel
febbraio del 1962, prendiamo la libertà de presentare la publicazione del
sito UNA VOX <http://www.unavox.it/doc05.htm>.
Domandiamo ai nostri carissimi lettori d’inviarci eventuale pubblicazione
ufficiale nel italiano, afinché possiamo sostituire questa sotto trascrissa.
COSTITUZIONE APOSTOLICA VETERUM SAPIENTIA
del Papa Giovanni XXIII
(SULLO STUDIO E L'USO DEL LATINO)
L'antica sapienza, racchiusa nelle opere letterarie romane e greche, e
parimenti i piú illustri insegnamenti dei popoli antichi devono essere
ritenuti quasi aurora annunziatrice del Vangelo, che il Figlio di Dio,
«arbitro e maestro della grazia e della scienza, luce e guida del genere
umano» (1) ha
annunciato su questa terra.
Infatti i Padri e Dottori della Chiesa riconobbero in questi antichissimi
e importantissimi monumenti letterari una certa preparazione degli animi a
ricevere la celeste ricchezza, che Gesú Cristo «nel verificarsi della
pienezza dei tempi» (2),
comunicò ai mortali; da ciò appare chiaramente che, con l'avvento del
Cristianesimo, non è andato perduto quanto di vero, di giusto, di nobile e
anche di bello i secoli trascorsi avevano prodotto.
Per la qual cosa la Santa Chiesa ebbe sempre in grande onore i documenti
di quella sapienza e prima di tutto le lingue Latina e Greca, quasi veste
aurea della stessa sapienza; accettò anche l'uso di altre venerabili lingue,
che fiorirono nelle regioni orientali, che non poco contribuirono al
progresso del genere umano e alla civiltà; le stesse, usate nelle cerimonie
religiose o nell'interpretazione delle Sacre Scritture, hanno vigore anche
oggi in alcune regioni, quasi non mai interrotte voci di un uso antico
ancora vigoroso.
Nella varietà di queste lingue certamente si distingue quella che, nata
nel Lazio, in seguito giovò mirabilmente alla diffusione del Cristianesimo
nelle regioni occidentali. Giacché, non senza disposizione della Divina
Provvidenza accadde che la lingua, la quale per moltissimi secoli aveva
unito tante genti sotto l'Impero Romano, diventasse propria della Sede
Apostolica (3)
e, custodita per la posterità, congiungesse in uno stretto vincolo, gli uni
con gli altri, i popoli cristiani dell'Europa.
Infatti, di sua propria natura la lingua latina è atta a promuovere
presso qualsiasi popolo ogni forma di cultura; poiché non suscita gelosie,
si presenta imparziale per tutte le genti, non è privilegio di nessuno,
infine è a tutti accetta ed amica. Né bisogna dimenticare che la lingua
latina ha nobiltà di struttura e di lessico, dato che offre la possibilità
di «uno stile conciso, ricco, armonioso, pieno di maestà e di dignità»
(4), che
singolarmente giova alla chiarezza ed alla gravità.
Per questi motivi la Santa Sede ha gelosamente vegliato sulla
conservazione e il progresso della lingua latina e la ritenne degna di
usarla essa stessa, «come magnifica veste della dottrina celeste e delle
santissime leggi» (5),
nell'esercizio del suo magistero, e volle che l'usassero anche i suoi
ministri. Infatti questi uomini della Chiesa, ovunque si trovino, usando la
lingua di Roma, possono piú rapidamente venire a sapere quanto riguarda la
Santa Sede ed avere con questa e fra loro piú agevole comunicazione.
«La piena conoscenza e l'uso di questa lingua, cosí legata alla vita
della Chiesa, non interessa tanto la cultura e le lettere quanto la
Religione» (6),
come il nostro Predecessore di immortale memoria Pio XI ebbe ad ammonire;
egli, essendosi occupato scientificamente dell'argomento, additò chiaramente
tre doti di questa lingua, in modo mirabile conformi alla natura della
Chiesa: «Infatti la Chiesa, poiché tiene unite nel suo amplesso tutte le
genti e durerà fino alla consumazione dei secoli… richiede per sua natura un
linguaggio universale, immutabile, non volgare»
(7).
Poiché è necessario, invero, che «ogni Chiesa si unisca nella Chiesa
Romana» (8) e,
dal momento che i Sommi Pontefici hanno «autorità episcopale, ordinaria e
immediata su tutte le Chiese e su ogni Chiesa in particolare, su tutti i
pastori e su ogni pastore e sui fedeli»
(9) di qualunque rito,
di qualunque nazione, di qualunque lingua essi siano, sembra del tutto
conseguente che il mezzo di comunicazione sia universale ed uguale per
tutti, particolarmente tra la Sede Apostolica e le Chiese che seguono lo
stesso rito latino. Pertanto, sia i Pontefici Romani, quando vogliono
impartire qualche insegnamento alle genti cattoliche, sia i Dicasteri della
Curia Romana, quando trattano di affari, quando stendono dei decreti, che
riguardano tutti i fedeli, sempre usano la lingua latina, che è accolta da
innumerevoli genti, quasi voce della madre comune.
Ed è necessario che la Chiesa usi una lingua non solo universale, ma
anche immutabile. Se, infatti, le verità della Chiesa Cattolica fossero
affidate ad alcune o a molte delle lingue moderne che sono sottomesse a
continuo mutamento, e delle quali nessuna ha sulle altre maggior autorità e
prestigio, ne deriverebbe senza dubbio che, a causa della loro varietà, non
sarebbe a molti manifesto con sufficiente precisione e chiarezza il senso di
tali verità, né, d'altra parte si disporrebbe di alcuna lingua comune e
stabile, con cui confrontare il significato delle altre. Invece, la lingua
latina, già da tempo immune da quelle variazioni che l'uso quotidiano del
popolo suole introdurre nei vocaboli, deve essere considerata stabile ed
immobile, dato che il significato di alcune nuove parole che il progresso,
l'interpretazione e la difesa delle verità cristiane richiesero, già da
tempo è stato definitivamente acquisito e precisato.
Infine, poiché la Chiesa Cattolica, perché fondata da Cristo Nostro Signore,
eccelle di gran lunga in dignità su tutte le società umane, è sommamente
conveniente che essa usi una lingua non popolare, ma ricca di maestà e di
nobiltà.
Inoltre, la lingua latina, che «a buon diritto possiamo dire cattolica»
(10), poiché è
propria della Sede Apostolica, madre e maestra di tutte le Chiese, e
consacrata dall'uso perenne, deve essere ritenuta «tesoro di incomparabile
valore» (11) e
quasi porta attraverso la quale si apre a tutti l'accesso alle stesse verità
cristiane, tramandate dagli antichi tempi, per interpretare le testimonianze
della dottrina della Chiesa (12)
e, infine, vincolo quanto mai idoneo, mediante il quale l'epoca attuale
della Chiesa si mantiene unita con le età passate e con quelle future in
modo mirabile.
Invero, nessuno può dubitare che la lingua latina e la cultura umanistica
siano fornite di quella forza che è ritenuta quanto mai adatta a istruire e
a formare le tenere menti dei giovani. Per suo mezzo, infatti, si educano,
maturano, si perfezionano le migliori facoltà dello spirito; la finezza
della mente e la capacità di giudizio si acuiscono; inoltre, l'intelligenza
del fanciullo viene piú convenientemente formata a comprendere e a giudicare
nel giusto senso ogni cosa; infine, si impara a pensare e a parlare con
sommo ordine.
Se si riflette su tutti questi meriti, si comprende perché i Pontefici
Romani cosí frequentemente hanno sommamente lodato non solo l'importanza e
l'eccellenza della lingua latina, ma ne hanno prescritto lo studio e la
pratica ai sacri ministri dell'uno e dell'altro clero, senza omettere di
denunciare i pericoli derivanti dal suo abbandono.
Spinti anche Noi da questi gravissimi motivi, come i nostri Predecessori
e i Sinodi Provinciali (13),
con ferma volontà intendiamo adoperarci perché lo studio e l'uso di questa
lingua, restituita alla sua dignità, faccia sempre maggiori progressi.
Poiché in questo nostro tempo si è cominciato a contestare in molti luoghi
l'uso della lingua Romana e moltissimi chiedono il parere della Sede
Apostolica su tale argomento, abbiamo deciso, con opportune norme, enunciate
in questo documento, di fare in modo che l'antica e mai interrotta
consuetudine della lingua latina sia conservata e, se in qualche caso sia
andata in disuso, sia completamente ripristinata.
Del resto, quale sia il nostro pensiero su tale argomento, crediamo di
averlo abbastanza chiaramente dichiarato quando rivolgemmo queste parole ad
illustri studiosi del Latino: «Purtroppo vi sono parecchi che,
esageratamente sedotti dallo straordinario progresso delle scienze hanno la
presunzione di respingere o limitare lo studio del Latino e di altre
discipline di tal genere… Precisamente mossi da questa necessità, Noi
riteniamo che si debba intraprendere il cammino opposto. Poiché l'animo si
nutre e compenetra di tutto ciò che maggiormente onora la natura e la
dignità dell'uomo, con maggiore ardore si deve acquisire ciò che arricchisce
ed abbellisce lo spirito, affinché i miseri mortali non siano freddi, aridi
e privi di amore, come le macchine che fabbricano»
(14).
Dopo aver esaminato queste cose e dopo averle valutate attentamente, con
sicura coscienza del Nostro ufficio e nell'esercizio della Nostra autorità,
stabiliamo e ordiniamo quanto segue:
1. Sia i Vescovi che i Superiori Generali degli Ordini religiosi si
adoperino efficacemente perché nei loro Seminari e nelle loro Scuole, nelle
quali i giovani vengono preparati al sacerdozio, tutti si conformino con
impegno alla volontà della Sede Apostolica e obbediscano con la maggiore
diligenza a queste Nostre prescrizioni.
2. I medesimi Vescovi e Superiori Generali degli Ordini religiosi,
mossi da paterna sollecitudine, vigileranno affinché nessuno dei loro
soggetti, smanioso di novità, scriva contro l'uso della lingua latina
nell'insegnamento delle sacre discipline e nei sacri riti della Liturgia e,
con opinioni preconcette, si permetta di estenuare la volontà della Sede
Apostolica in materia e di interpretarla erroneamente.
3. Come è stabilito nelle disposizioni sia del Codice di Diritto
Canonico sia dei Nostri Predecessori, gli aspiranti al Sacerdozio, prima di
intraprendere gli studi ecclesiastici veri e propri, siano istruiti nella
lingua latina con somma cura e con metodo razionale da maestri assai esperti,
per un conveniente periodo di tempo, «anche per il motivo che, in seguito,
avvicinatisi a discipline di maggior impegno… non accada che, ignorando la
lingua, non possano giungere alla completa comprensione delle dottrine e
nemmeno esercitarsi nelle dispute scolastiche, per mezzo delle quali le
menti dei giovani si affinano alla difesa della verità»
(15). E vogliamo che
questa norma sia estesa anche a coloro che, chiamati per volontà divina a
ricevere i sacri ordini in età avanzata, si applicarono poco o nulla agli
studi umanistici. Nessuno, invero, deve essere introdotto allo studio delle
discipline filosofiche o teologiche se non sia stato pienamente e
perfettamente istruito in questa lingua e sappia bene usarla.
4. Se in qualche paese, poi, per aver adottato un programma di studio
proprio delle scuole pubbliche dello Stato, lo studio della lingua latina
abbia subito delle diminuzioni, con danno di un insegnamento solido ed
efficace, decretiamo che in tal caso sia completamente ripristinato l'ordine
tradizionale dell'insegnamento di tale lingua per la formazione dei
sacerdoti: poiché tutti devono persuadersi che, anche in questo campo, il
metodo di istruzione dei futuri sacerdoti deve essere difeso scrupolosamente,
non solo circa il numero ed i generi delle materie, ma anche relativamente
ai periodi di tempo necessari per insegnarle. E se, qualora lo richiedano
circostanze di tempo e di luogo, si debbano per necessità aggiungere delle
discipline a quelle comuni, in tal caso o si prolunghi il corso degli studi
o se ne compendi la trattazione, o, infine, se ne rinvii lo studio ad altro
momento.
5. Le piú importanti discipline sacre, come è stato assai spesso
ordinato, devono essere insegnate in lingua latina, la quale, come lo
dimostra l'esperienza di parecchi secoli, «è stimata la piú adatta a
spiegare l'intima e profonda natura delle nozioni e delle forme con assoluta
chiarezza e lucidità» (16);
tanto piú che essa si è venuta arricchendo di vocaboli appropriati e precisi,
adatti a difendere l'integrità della fede cattolica, e non poco adatta
recidere ogni vuota verbosità. Per la qual cosa, coloro che nelle Università
o nei Seminari insegnano tali discipline sono obbligati e a parlare in
latino e ad usare testi scritti in latino. Se alcuni, ignorando la lingua
latina, non sono nella possibilità di obbedire a queste prescrizioni della
S. Sede, siano gradatamente sostituiti da docenti a ciò preparati. Se poi
alunni e professori addurranno delle difficoltà, è necessario che queste
siano vinte dalla fermezza dei Vescovi e dei Superiori religiosi e dalla
buona disposizione dei docenti.
6. Poiché la lingua latina è lingua viva della Chiesa, che dev'essere
continuamente adattata alle crescenti necessità del linguaggio e arricchita
con nuovi e appropriati e convenienti vocaboli, secondo una regola costante,
universale e conforme allo spirito dell'antica lingua latina - regola che
già seguirono i Santi Padri e i migliori scrittori «scolastici» - affidiamo
l'incarico alla Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università degli
Studi di fondare un'Accademia di Studi Latini. A tale Accademia, nella quale
occorre sia costituito un Collegio di Professori espertissimi in Latino e in
Greco, chiamati dalle diverse parti del mondo, sarà soprattutto ordinato che,
non diversamente da quanto accade per le Accademie nazionali costituite per
l'incremento della lingua nazionale dei rispettivi paesi, provveda
contemporaneamente ad un ordinato sviluppo dello studio della lingua latina
e ad accrescere, se necessario, il lessico con parole adatte alla sua natura
ed al suo carattere, e tenga, nello stesso tempo dei corsi sul latino di
ogni epoca, ma soprattutto di quella Cristiana. In queste scuole saranno
altresí istruiti ad una piú profonda conoscenza del latino, al suo uso, ad
un modo di scrivere appropriato ed elegante quanti sono destinati o ad
insegnarlo nei Seminari e nei Collegi ecclesiastici, o a scrivere decreti e
sentenze, o a curare la corrispondenza nelle Congregazioni della Santa Sede,
nelle Curie, nelle Diocesi, negli uffici degli Ordini religiosi.
7. Poiché la lingua latina è strettamente connessa con quella greca,
e per l'insieme della sua struttura e per l'importanza dei testi tramandati,
è necessario che anche in questa siano istruiti, come molte volte i Nostri
Predecessori hanno ordinato, i futuri ministri dell'arte fin dalle scuole
inferiori e medie, affinché, quando si applicheranno alle discipline
superiori e soprattutto se raggiungeranno i corsi accademici sulle Sacre
Scritture e sulla Sacra Teologia, essi abbiano la possibilità di accostarsi
e interpretare giustamente non solo le fonti greche della filosofia «scolastica»,
ma anche i testi originali delle Sacre Scritture, della Liturgia e dei Padri
greci.
8. Alla medesima Sacra Congregazione ordiniamo di predisporre un
ordinamento degli studi sulla lingua latina, che tutti dovranno applicare
con estrema diligenza, in modo che, quanti lo seguiranno, acquistino
appropriata conoscenza e pratica della lingua stessa. Se il caso lo
richiederà, le Commissioni degli Ordinari potranno regolare diversamente il
programma, ma giammai mutarne o diminuirne la natura e il fine. Nondimeno,
gli stessi Vescovi non si permettano di attuare le loro decisioni, se prima
la Sacra Congregazione non le avrà esaminate ed approvate.
Infine, in virtú della Nostra Apostolica Autorità vogliamo ed ordiniamo
che quanto abbiamo stabilito, decretato, ordinato ed ingiunto con questa
Nostra Costituzione resti definitivamente fermo e sancito non ostante
qualsiasi prescrizione in contrario, pur degna di speciale menzione.
Dato in Roma, presso San Pietro, il giorno 22 febbraio, Festa della Cattedra
di San Pietro Apostolo, nell'anno 1962, quarto del Nostro Pontificato.
Ioannes PP. XXIII
NOTE
1 - TERTULL., Apol., 21: Migne, P. L., 1, 394.
2 - S. PAOLO, Epist. agli Efesini, 1, 10.
3 - Epist. S. Congr. Stud. Vehementer sane ad Ep. universos,
1-7-1908: Enchirid. Cler. n° 830. Cfr. anche Epist. Ap. Pio XI
Unigenitus Dei Filius, 19-3-1924: A.A.S. 16 (1924), 141.
4 - Pio XI, Epist. Ap. Officiorum omnium, 1-8-1922: A.A.S.
14 (1922), 452-453.
5 - Pio XI, Motu Proprio Litterarum Latinarum, 20-10-24: A.A.S.
6 - Pio XI, Epist. Ap. Officiorum omnium, 1-8-1922: A.A.S. 14
(1922), 452.
7 - Ibidem.
8 - S. IRENEo, Adv. Hær, 3, 3, 2: Migne, P. G., 7, 848.
9 - Cfr. C.I.C., can. 218, par. 2.
10 - Cfr. Pio XI, Epist. Ap. Officiorum omnium, 1-8-1922: A.A.S.
14 (1922), 453.
11 - Pio XII, Alloc. Magis quam, 23-11-1951: A.A.S. 43
(1951), 737.
12 - Leone XIII, Epist. Encicl. Depuis le Jour, 8-9-1899: Acta
Leonis XIII 19 (1899), 166.
13 - Cfr. Collectio Lacensis, soprattutto vol. III, 1018 s. (Conc.
Prov. Wesmonasteriense, a. 1859); vol. IV, 29 (Conc. Prov. Parisiense, a.
1849); vol. IV, 149, 153 (Conc. Prov. Rhemense, a. 1849); vol. IV, 359, 361
(Conc. Prov. Amenionense, a. 1849); vol. IV, 394, 396 (Conc. Prov.
Burdigalense, a. 1850); vol. V, 61 (Conc. Prov. Strigoniense, a. 1858); vol.
V, 664 (Conc. Prov. Colocense, a. 1863); vol. VI, 619 (Synod. Vicariatus
Sutchenensis, a. 1803).
14 - Al Congresso Internazionale Ciceronianis Studiis provehendis,
7-9-1959: in Discorsi, Messaggi, Colloqui del S. Padre Giovanni XXIII,
I, pp. 334-335; cfr. anche Alloc. ad cives diocesis Placentinæ Roman
peregrinantes habita, 15-4-1959: su L'Osservatore Romano,
16-4-1959; Epist. Pater misericordiarum, 22-8-1961: A.A.S. 53
(1961); Alloc. in solemni auspicatione Insularum Philippinarum de Urbe
Habita, 7-10-1961: su L'Osservatore Romano, 9-10 ottobre 1961;
Epist. Iucunda laudatio, 8-12-1961: A.A.S. 53 (1961), 812.
15 - Pio XI, Epist. Ap. Officiorum omnium, 1-8-1922: A.A.S.
14 (1922), 453.
16 - Epist. S. Congr. Stud. Vehementer sane ad Ep. universos,
1-7-1908: Enchirid. Cler. n° 821. |